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martedì 22 marzo 2011

NEL BUIO ARDE (di Lucio Leone - Ad Est dell'Equatore Edizioni,2010)



2010, 140 p.
Editore Ad Est dell'Equatore (collana Extras)
Euro 10,00


Scalpellato su un arazzo di tinte fosche che riescono a intorbidire persino la Città del Sole per eccellenza (Napoli, nella fattispecie quella del 1876) , “Nel buio arde” è il romanzo d'esordio di Lucio Leone, interessantissimo (e inquietante...) scrittore partenopeo che ha già dato prova del suo talento letterario con racconti di spessore, tra i quali quelli presenti in antologie come “Partenope Pandemonium” (Larcher, 2008), “Questi fantasmi” (Boopen Led, 2010) e soprattutto “Napoli – Geografie del Mistero (Perrone/Lab, 2010), dove ho la fortuna e l'onore di averlo come Compagno/Autore di Viaggio...
Ma torniamo al romanzo, che tra l'altro è imperniato su una delle figure più misteriose, inquietanti e controverse del XIX° secolo: la medium Eusapia Palladino.
La voce narrante appartiene al giovane medico napoletano Ercole Chiaia, un uomo morbosamente attratto dall'occultismo (forse a causa di un'orrenda visione avuta quando era bambino: quella di uno spirito maligno il cui nome, Jehelzabel, gli verrà addirittura rivelato durante una spaventosa visita al nuovo manicomio di Aversa...).
Ercole viene sprofondato in un abisso tenebroso e delirante, della mente e dell'anima, dopo lo sfortunato incontro con un suo ex compagno di studi universitari, il dottor Roberto Damiani, tornato da Londra perchè, a sua volta, attratto da un oscuro enigma, che sembra ruotare intorno all'antico e tenebroso Palazzo Conca.
Ai due si affiancheranno altri compagni di sventura, quali la suddetta celebre medium Eusapia Palladino, i signori nel cui palazzo presta servizio come cameriera, i coniugi Migaldi e l'attricetta di teatro oppiomane Anna De Santis.
E così, mentre i colori e i sapori di Napoli perdono intensità, pagina dopo pagina, per lasciare il posto a una gamma di grigi via via più scuri e a una putredine malevola che, scivolando tra Piazza Bellini, il Duomo, il vecchio porto, Santa Maria Maggiore della Pietrasanta e l'aristocratico quartiere collinare di Posillipo, tra sedute spiritiche suggestive quanto spaventose, immotivati gesti suicidi, demoniache suggestioni mentali, oscure quanto orribili maledizioni e misteri rosacruciani, si insinuano sempre più profondamente nell'anima dei protagonisti, fin dove non c'è più possibilità di Salvezza, laddove neanche la Fede potrà far nulla...
Se amate Napoli non solo per quanto rivela in superfice, ma soprattutto per quanto può nascondere; se amate i romanzi dove non c'è una soluzione a ogni costo; se sapete apprezzare anche certi profumi di zolfo che esalano da una visione delle cose non propriamente solare, ecco...questo bellissimo romanzo non potrà mancare nelle vostre polverose librerie!
(Recensione a cura di) Domenico Nigro

giovedì 16 dicembre 2010

Varney il vampiro - All’ombra del Vesuvio (di Thomas Preskett Prest e James Malcolm Rymer - Ed. Gargoyle Books)



Titolo: Varney il vampiro - All’ombra del Vesuvio
Autore: Thomas Preskett Prest e James Malcolm Rymer
Editore: Gargoyle Books
ISBN: 9788889541494
Pagine: 591
Prezzo: € 16,00


È un vampiro scatenato quello che imperversa nelle pagine di questo terzo e conclusivo volume della saga di Sir Varney; nessun altro succhia-sangue della letteratura ci entusiasma con tanta vivacità, con tanta inventiva e perseveranza nell’escogitare il suo ennesimo banchetto di sangue, l’ulteriore furto d’identità o la nuova maschera concepiti per servire i propri bisogni demoniaci e dar vita così a quel concatenarsi di racconti che fanno la peculiarità dell’opera stessa: un romanzo fiume scritto nel segno dei penny dreadfuls. L’introduzione di Mauro Boselli (l’autore di Dampyr) bene ci illumina sulle caratteristiche imposte e connaturate nella penny-letteratura; e proprio nella sua appassionata descrizione scopriamo come fosse inevitabile la comparsa di una moltitudine di personaggi e colpi di scena in uno stesso romanzo, e come il ripetersi degli agguati sanguinari di Varney il Vampiro dovessero tingersi di un notevole fervore immaginativo per non annoiare il lettore. Ci troviamo così di fronte a un capitolo conclusivo della saga che, salvo due o tre trame più corpose e complesse, si costruisce quasi come un’antologia di racconti di orrore gotico con uno stesso protagonista principale, finendo con il divertire, appassionare e disperdere immediatamente il maggiore timore di un qualunque lettore che si appresti a leggere un qualunque libro acquistato: quello di annoiarsi. Varney il vampiro comparirà di volta in volta nella vita di numerose famiglie, tutte impegnate nella conquista del proprio benessere, ciascuna in una città diversa di una diversa regione: e vorrà mettere queste stesse vite a soqquadro con i propri appetiti, i propri istinti predatori affiancati talvolta dal suo cinismo, talvolta dalla sua malinconia decadente, romantica e quasi suicida. E riuscirà talora a raggiungere ogni suo losco e necessario fine, così come gli capiterà invece spesso di essere costretto alla sua fuga dalla sua stessa fama oramai disseminata ovunque, e sempre quando ad un passo dalla conquista del proprio proposito. Giovani fanciulle predate nella notte in un bagno di sangue, matrimoni ottenuti e perduti; viaggi in lungo e in largo tra l’Inghilterra, Napoli, Venezia; resurrezioni multiple di Varney, omicidi con inseguimenti rocamboleschi: il capitolo conclusivo di Sir Varney diverte e sorprende regalandoci un finale del tutto imprevedibile, e non prima che dallo stesso protagonista ci venga raccontata la propria esistenza, e con essa sia svelato il perché della propria natura soggiogata dal conflitto interiore tra male e bene, tra la tensione ideale e morale e l’impulso di cui il vampirismo si fa metafora.

Gli autori: Inizialmente fu Thomas Preskett Prest - scrittore londinese cui si deve il romanzo Sweeney Todd, the Demon Barber of Fleet Street (che ha ispirato John Schlesinger e Tim Burton per i loro film sul barbiere cannibale, rispettivamente La bottega degli orrori di Sweeney Todd,1997 e Sweeney Todd il diabolico barbiere di Fleet Street, 2008) a venire ritenuto autore di Varney il vampiro, in seguito, però, si fece il nome di James Malcolm Rymer, ingegnere civile che arrotondava i suoi introiti dedicandosi alla scrittura su commissione per l'editore Lloyd, da molti reputato più attendibile quanto a paternità dell'opera. Rymer probabilmente si spartiva, coordinandolo, il lavoro con altri vari scrittori rimasti ignoti, al punto che la redazione del testo sembra più provenire da una "scuola", o da una catena di montaggio, in cui il nome dell'autore rimane anonimo e non appare comunque di primaria importanza...
(Recensione a cura di) Bruno Maiorano

domenica 21 novembre 2010

IL DIACONO (di Andrea G. Colombo - Ed. Gargoyle Books)


Formato: Brossura
ISBN: 978-88-89541-47-0
Pagine: 488
Pubblicato: Ottobre 2010

Un cielo un po' più dubbioso del solito. Una voce insinuante. Una voce come mille voci. Un mormorio assordante, come il grido di mille anime torturate: Lei sta arrivando.
In un monastero umbro è raccolto uno degli ordini ecclesiastici più controversi della Cristianità: l'ordine dei Celati. Trentatré monaci esorcisti la cui ferrea regola non permette di scoprire neanche il volto. Ammantati in un grigio saio. Ai piedi pesanti scarponi. La vita stretta da una catena. Un semplice crocifisso di ferro come arma.
“Hominis conspectum celati, nudi sub Dei oculis”.
Santa Romana Chiesa non potrebbe pretendere di meglio. Trentatré guerrieri della Fede, pronti ad estirpare il maligno dai corpi con una forza mai vista.
Fra di loro ce n'è uno senza nome, senza storia. Vestito di un saio nero come il baratro. Tutti lo chiamano “il Diacono” ed è, forse, il miglior esorcista apparso sulla terra dopo Gesù Cristo, ma il suo passato ha troppe ombre per non destare un po' di inquietudine.
All'improvviso succede qualcosa. In sordina. Ma che inizia a proliferare come un tumore. Gli esorcismi diventano sempre più difficili fino a perdere di efficacia, alcune chiese iniziano a bruciare, un numero crescente di esorcisti muore in circostanze singolari.
Una bomba esplode negli appartamenti papali.
Pochi capiscono che il mondo non è più lo stesso. Ancora meno persone iniziano a sentirla arrivare. Lei, N'Talha Jeza, La Divoratrice; avanza lenta e inesorabile in un delirio di carne e sangue in cui tutti i pezzi si incastreranno alla perfezione fino a condurre alla Rivelazione ultima: l'Armageddon.
Tutti noi siamo porte. Porte attraverso cui forze più grandi di noi possono agire. Tutti possono ospitare il maligno, ed è proprio questo a rendere angosciante questo libro. Non ci si può fidare di nessuno.
La storia c'è. Ed è dannatamente forte. Quando sembra che le sorti dell'horror si siano ormai adagiate sulle solite tiritere scialbe di vampiri e zombi, Andrea G. Colombo tira fuori dal cilindro una rilettura di un leitmotiv di molti horror negli anni '70 e '80: il tema della possessione demoniaca, contaminandolo, probabilmente, col filone delle pandemie, che tanto ha dato da mangiare ai grandi cast di Hollywood, specie nell'ultimo decennio.
Devo essere sincero. Pochi libri ti tengono legato a loro dall'inizio alla fine. “Il Diacono” è uno di quelli.
Una narrazione precisa, veloce eppure particolareggiata. La scansione del tempo ricorda molto Valerio Evangelisti, e questo non può che essere un merito. Inoltre, la visualità di tutta l'opera è disarmante. In senso positivo, si intende.
Impossibile non pensare, in alcuni passaggi del romanzo, al lavoro di Dan Brown in “Angeli e demoni”, ma non credo affatto che il richiamo, per quanto inevitabile, sia voluto.
Non serve spendere troppe parole per un lavoro fatto bene. Il libro parla da solo.
Se avessi qualche milione di euro da investire, io sarei il primo a offrirmi di produrre un film da questo libro straordinario. Se c'è qualche produttore lì fuori, invece di perdere tempo con le mie recensioni, per favore, ci faccia un pensierino su e darà alla luce un VERO film horror, perché “Il Diacono” merita!
(Recensione a cura di) valerio Bonante

mercoledì 10 novembre 2010

LE MEMORIE DI JACK LO SQUARTATORE (di Clanash Farjeon - Ed. Gargoyle Books)


Formato: brossura
ISBN: 978-88-89541-24-1
Pagine: 328
Pubblicato: Settembre 2008


Londra. Fine del XIX secolo. Quartiere di Whitechapel. Non c'è bisogno che aggiunga altro perché la vostra mente si porti per libera associazione ai sanguinosi delitti dalla firma ignota, che i giornali dell'epoca attribuirono al fantomatico “Jack lo squartatore”.
Sette delitti certi (ma forse parecchi di più) che tennero sveglia molta gente per più di una notte.
Sette donne macellate, scannate, mutilate da mani abili e poi abbandonate in luridi vicoli oscuri. Forse come monito, forse per macabra sfida all'autorità. Poi, da un giorno all'altro, più nulla.
Il caso venne archiviato, ma la minacciosa ombra di Jack continua ad incombere su di noi, quasi duecento anni dopo, fino a diventare una moderna versione di “uomo nero”.
Ancora oggi sono in molti quelli che si cimentano nella ricostruzione di quei sanguinosi eventi al fine di dare un volto allo squartatore misterioso.
Inutile! Sembra che questa faccenda sia nata per far parlare di sé.
Ma analizziamo tutto con calma. I delitti si susseguirono attorno al 1888, ovvero in piena epoca vittoriana. Era, questa, un'epoca molto controversa, fatta di tensioni sociali e di fine lirismo poetico. Il romanticismo era ormai superato, e sebbene il gusto romantico nella letteratura era ancora in auge, gli intellettuali iniziavano ad aprirsi maggiormente ai problemi sociali come l'educazione delle masse o le difficili condizioni di vita degli operai e dei ceti bassi in generale.
Ancora una volta nella storia le lotte di classe contrapponevano la ricca borghesia al popolo minuto.
Era un contesto in cui, insomma, convivevano una forte indignazione popolare accanto al perbenismo esasperato delle classi più alte.
Questo è lo scenario, dipinto magistralmente da Clanash Farjeon, in cui un insospettabile psichiatra diverrà uno dei personaggi più sanguinari e noti della storia della criminologia. L'autore ricostruisce con precisione le vicende a partire dalle cronache dell'epoca, immaginando che sia lo stesso assassino a riorganizzare le proprie memorie.
In realtà, non c'è molto altro da dire dal punto di vista stilistico e narrativo. Senza dubbio è un gran libro, scritto davvero bene anche se forse con un ritmo un tantino lento.
Ma non voglio parlare di ciò che è scritto nel libro, bensì di ciò che NON è scritto e che tutti dovrebbero capire.
Clanash Farjeon non è solo un narratore. Egli è fautore di un “horror sociale” che ha pochi precedenti significativi nella storia di questo genere. Nelle sue mani, l'horror diviene strumento di denuncia, un paradigma, una scusa per parlare del sociale, dei nostri giorni.
A guardare bene, “Le memorie di Jack lo squartatore” è più un dramma psicologico che un horror. Riflettiamoci: troviamo un uomo (il nome è davvero ininfluente, giacché potrebbe essere chiunque di noi) schiacciato dal proprio ruolo sociale, castrato dal perbenismo dilagante e in piena crisi di mezza età. Immergiamolo nel contesto di incertezza sociale descritto sopra e avremo creato un mostro.
Perché in una società dove l'eufemismo è d'obbligo, sotto il velo di cortesia, delicatezza e buongusto, si nasconde sempre un coacervo di frustrazioni e istinti repressi che, come la psicanalisi freudiana ha dimostrato, devono per forza emergere in tutta la loro potenza per allentare le pressioni psicologiche. Appare interessante notare come due anni prima dei delitti di Whitechapel, nel 1886, Robert Louis Stevenson, con dote quasi profetica, abbia dato alla luce “Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr. Hyde”.
Similmente all'opera citata, in “Le memorie di Jack lo squartatore” abbiamo un altro caso di personalità doppia: di giorno il protagonista è un eminente psichiatra, di notte una bestia fredda e sanguinaria.
Jack si impone, quindi, come specchio della Londra vittoriana: così pulita e ordinata in superficie e così marcia e inquieta nell'animo.
In realtà, chiunque si sia celato dietro le spoglie mediatiche di “Jack lo squartatore”, era un puro. Era colui che ha superato il concetto di bene e male, che ha saputo cogliere la catarsi nell'efferatezza. Colui che ha materializzato un'aggressività onnipresente, per quanto repressa. In un certo senso, Jack è stato creato dalla società, dalla gente, prima ancora che dai media, come risposta a quello stato di cose. Gli eventi non potevano che svolgersi così. Qualcuno doveva vestire i suoi panni o sarebbe precipitato tutto l'assetto sociale. Perché Jack è il volto in ombra di una società che si nasconde dietro i “va tutto bene”. Jack è tragedia e scandalo. Jack è redenzione attraverso la barbarie; è il prendere coscienza della propria ombra e del fatto che non la si potrà mai cancellare.
Clanash Farjeon non parla del 1888, né della Londra vittoriana. Parla di oggi, delle nostre città, della nostra situazione. Tenete d'occhio i giornali, gente! Perché Jack non ha mai smesso di uccidere.
(Recensione a cura di) Valerio Bonante

lunedì 8 novembre 2010

Il 36° Giusto (di Claudio Vergnani - Ed. Gargoyle Books)



Formato: Brossura
ISBN: 978-88-89541-48-7
Pagine: 536
Pubblicato: Agosto 2010


"Pensavamo di aver smesso di uccidere i vampiri, ma abbiamo ricominciato a farlo. Ora che e' accaduto quel che e' accaduto, e' quasi un mestiere.
Non devi piu' nasconderti per cacciarli.
Sono reietti, emarginati, abbandonati dai loro stessi Maestri.
Le retrovie di un esercito allo sbando.
Non c’e' posto per loro. Ma nemmeno per noi. E la loro presenza giustifica in qualche modo la nostra.
La loro mancanza di un futuro si intreccia con la consapevolezza della nostra quotidianita' di speranza, e le loro azioni prive di un fine si sovrappongono al nostro gesticolare che e' ormai soltanto uno stanco, sfiduciato reagire senz’anima.
Loro e noi.
I vampiri e i cacciatori.
Una battaglia senza onore né gloria tra disperati, dove in mezzo stanno le prede innocenti. E forse c’e' piu' colpa in noi, che possiamo scegliere, che in loro, schiavi di una sete che non possono spegnere.
Loro sono assassini nati, noi l’estrema difesa, sempre sull’orlo dello sfascio. Ma in qualche modo ambiguo e discorde, nell’inconsapevolezza innocente dei semplici, siamo anche il fioco brillare di una speranza di un imprevedibile, brevissimo, insperato momento di giustizia..."

Torna la squadra di ammazzavampiri più scalcinata e psicolabile della storia della letteratura horror.
Dopo la mattanza vampirica intravista nel precedente capitolo della saga (Il 18° Vampiro), la vita nella città di Modena sta tornando lentamente alla normalità. I vampiri sono tornati, improvvisamente e misteriosamente, nell'ombra, e Claudio e Vergy si ritrovano senza lavoro. Trascinano avanti le loro vite miserevolmente (in ogni senso), cercando di dimenticarsi dei vampiri e degli orrori precedentemente vissuti.
Ma non è facile cancellare il passato. Soprattutto quando è un brutto passato, e ha il maledetto vizio di ritornare... I vampiri non sono scomparsi del tutto, quelli messi peggio sono stati abbandonati al loro destino dai Maestri e dai loro fratelli di sangue, e ora si arrabattano alla meno peggio per sopravvivere, rifugiandosi nelle periferie, nelle dimore abbandonate e nelle zone più squallide e isolate delle città. C'è chi sfrutta la situazione e si inventa un nuovo lavoro, come Paride, personaggio abbastanza spregevole e senza tanti scrupoli, che apre un'agenzia di ammazzavampiri e recluta i nostri eroi per il classico piatto di fagioli. E in questo secondo capitolo della saga saranno ben quattro le avventure che li vedranno protagonisti: una, lunghissima ed epicamente (e disperatamente) gotica, nell'antico Cimitero Monumentale di Modena; un'altra li vedrà impegnati nella caccia a un vampiro sadico e depravato che si accanisce sulle sue vittime in un albergo abbandonato sul margine dell'autostrada; un'altra ancora in montagna, una vicenda macabra e natalizia, dove i nostri si troveranno a fare da body guards alla pittoresca e ricca famiglia di un notaio, insidiata da una coloratissima e pericolosissima crew di vampiri; la quarta e ultima si svolge oltreconfine, in una Parigi tetra e piovosa, alla ricerca di un insidioso quanto triste succhiasangue che ha trasformato un enorme palazzone abitato da extracomunitari nel suo territorio di caccia...
Claudio Vergnani ci sorprende (e ci spiazza...) ancora una volta con i suoi cacciatori di vampiri sempre credibili, sempre più frustrati e psicotici, sempre più miserabili eppure eroici fino alle estreme conseguenze. Padroneggiando il suo stile fatto di turpiloquio zen e prelibatezze splatterpunk, Vergnani ci conduce per mano in un mondo dove umani e vampiri sono due facce di quella stessa sadica, imperscrutabile, ineluttabile e crudelissima medaglia che si chiama Vita. Impregnato di fatalismo e disperazione estrema alla Jean Ray, e di macabro, sporco humor alla Joe Lansdale, “Il 36° Giusto” vede il ritorno alla ribalta di alcuni dei vecchi personaggi, come lo squilibrato Gabriele (che è diventato un affermato scrittore horror ma non disdegna, una volta arrivato al punto, di ributtarsi nella mischia...), o la giovane ninfomane/guerrigliera Elisabetta, al fianco di personaggi nuovi di zecca, come il nano africano Matthew, che sbarca il lunario come fotografo di siti ultrasplatter tipo Rotten, o il nuovo datore di lavoro della squadra, Paride, e la sua sensuale segretaria/braccio destro peruviana Alicia. Altri personaggi nuovi si intravedono appena (vedi la giovane vampira russa Margherita e i suoi compagni adolescenti, la next generation vampirica), e sicuramente avranno il loro peso nell'economia dell'inevitabile (speriamo!) terzo capitolo della saga.
Lode a Claudio Vergnani, dunque, che ha saputo riscrivere un mito come quello dei vampiri, rendendocelo credibile e pericolosamente vicino.
A noi non resta che raccomandarvi l'acquisto di questo memorabile romanzo. Saranno soldi ben spesi, Ve lo garantiamo noi!
(Recensione a cura di) Domenico Nigro

mercoledì 20 ottobre 2010

Varney il vampiro – L’inafferrabile, Vol.2 (di Thomas Preskett Prest – James Malcolm Rymer , Ed. Gargoyle Books)



Thomas Preskett Prest – James Malcolm Rymer
”Varney il vampiro – L’inafferrabile”, Vol.2
Gargoyle Books, luglio 2010
Traduzione di Chiara Vatteroni. Introduzione di Fabio Giovannini
Formato: Brossura
ISBN: 978-88-89541-46-3
Pagine: 518



È approdato nelle librerie il secondo volume delle rocambolesche vicissitudini di Varney il vampiro, il protagonista del romanzo che ha influenzato un qualunque successivo sforzo dell’immaginazione teso a trattare il tema del non-morto a ad arricchirlo con il proprio estro letterario dal 1845 ad oggi. E con “L’inafferabile”, ancor più che con il primo volume, scopriamo come a questi ulteriori sforzi si son forse attribuiti molti più affanni, colpi di genio ed originalità di quanti era lecito concedere loro nella stima delle opere che ora sappiamo, son state concepite solo molto più tardi. È l’appassionata e acuta introduzione di Fabio Giovannini, uno dei massimi esperti di cultura vampiresca, a guidarci lungo l’intricata evoluzione della figura del non-morto, e a raccontarci la sua natura quale ricettacolo di molteplici metafore e archetipi, svelando il vampiro come uno dei più efficaci espedienti che la letteratura abbia concepito per denunciare ed esorcizzare disagi, fobie, vigori o tribolazioni di stati sociali; una figura coinvolta in una metamorfosi capace di riflettere nel fantastico dell’arte non la verità ed il ritratto d’un singolo destino, bensì quelli di una generazione come della seguente, incarnando realtà e paure mature per il tramonto e preconizzandone future. È dunque dopo una stimolante, erudita e perspicace prefazione che torniamo a farci coinvolgere dalle sorti della famiglia Bannerworth, ora costretta a vegliare sulla propria dimora, abbandonata dopo i continui e perturbanti assalti di Varney il vampiro. Il secondo volume inizia con un’umanità insospettata nella natura del nemico Sir Francis Varney, improvvisamente clemente con il destino sventurato di Charles Holland, rinchiuso nella prigione sotterranea dei ruderi. È qui che Charles, liberato, rinchiuderà Marchdale, ed è qui che il villain perirà, sotto il crollo delle mura della cella. La Banneworth Hall riceverà le visite di misteriosi personaggi, folle inferocite, reparti militari; le buie stanze e i giardini della casa signorile saranno teatro di colluttazioni, confidenze, rivelazioni: il Dr. Chillingworth svelerà a Henry e all’ammiraglio Bell di aver riconosciuto in Varney il cadavere di un criminale da lui resuscitato a Londra anni addietro, tramite dinamiche che ricordano il Dr. Frankenstein di Shelley, e di conoscere altresì uno dei misteriosi e nuovi personaggi apparsi nella villa, ossia il boia che l’aiutò a rapire il defunto dopo un esecuzione per impiccaggione. Inseguito da Charles, il vampiro sarà poi costretto ad un colloquio che lo vedrà confessare di aver partecipato, nel suo ombroso passato, a un’azione criminosa insieme al padre della virtuosa Flora, morto suicida, Marmaduke Bannerworth. Flora e Charles conquisteranno poi la quiete necessaria per unire i propri destini nel matrimonio, quei destini tanto minaccati da Varney, con cui tutta la famiglia Bannerworth vorrà stabilire un rapporto di reciproco rispetto, allorché sottratto ad un ennesimo assalto della plebe inferocita, il vampiro verrà ospitato in un loro cottage. Non passerà molto tempo, e Varney sparirà di nuovo, costringendo il Dr. Chillingworth a tentare di rintracciarlo, essendo ora noto a tutti i personaggi implicati nelle vicende che il vampiro è fuggito in possesso di un tesoro occultato e perduto, la ragione che lo aveva spinto a compiere i ripetuti assalti alla villa dei Bannerworth. L’ammiraglio Bell inizia invece a far luce sull’identità e le intenzioni dell’enigmatico nobiluomo, il ricco barone Stolmuyer di Stalisburgo giunto nella vicina Anderbury, cittadina di mare, pronto a sposare la bella Helen. Proprio l’ammiraglio Bell, che porterà con sé Charles, Herny e Flora, sarà oggetto di un curioso invito alle nozze del barone, da parte dalla madre della sposa, l’avida vedova Williams…

Il secondo volume di Varney il vampiro è forse il cuore stesso di questo romanzo fiume, dove tutto è più articolato e vivace, le personalità dei protagonisti emergono con forza, intimamente coinvolte da un susseguirsi continuo e quasi frenetico di avventure fosche ma tempestate di aneddoti divertenti. È un romanzo fatto di pagine a cui ci si affeziona nel mentre che le si sfoglia, e che inducono spesso a sorridere per il puro piacere della lettura.

Gli autori: Inizialmente fu Thomas Preskett Prest - scrittore londinese cui si deve il romanzo Sweeney Todd, the Demon Barber of Fleet Street (che ha ispirato John Schlesinger e Tim Burton per i loro film sul barbiere cannibale, rispettivamente La bottega degli orrori di Sweeney Todd,1997 e Sweeney Todd il diabolico barbiere di Fleet Street, 2008) a venire ritenuto autore di Varney il vampiro, in seguito, però, si fece il nome di James Malcolm Rymer, ingegnere civile che arrotondava i suoi introiti dedicandosi alla scrittura su commissione per l'editore Lloyd, da molti reputato più attendibile quanto a paternità dell'opera. Rymer probabilmente si spartiva, coordinandolo, il lavoro con altri vari scrittori rimasti ignoti, al punto che la redazione del testo sembra più provenire da una "scuola", o da una catena di montaggio, in cui il nome dell'autore rimane anonimo e non appare comunque di primaria importanza...
(Recensione a cura di) Bruno Maiorano

mercoledì 15 settembre 2010

¡Tu la pagaràs! (di Marilù Oliva – Elliot Edizioni)



Marilù Oliva, ¡Tu la pagaràs!
Elliot Edizioni, collana Scatti, pagg. 274, euro 16,50
ISBN 978-88-6192-199-3


Bologna, ai giorni nostri.
La comunità dei bailarinos di danze latino-americane è una realtà a sè stante. Falò delle vanità, dove molti cercano di farsi spazio e mettersi in mostra, per nascondere il vuoto che si portano dentro. Detonatore di passioni violente, gelosie irrefrenabili, desideri inconfessabili. Catalizzatore di marciumi morali ma anche di bellezza, purezza e desiderio di libertà e amore, che solo attraverso certi ritmi e certi movimenti si possono esprimere. Grimorio vivente di invocazioni ed evocazioni magiche: qui ogni atto, ogni intenzione, ogni pensiero è magia, in qualche modo. Per questo le danze caraibiche sono così fortemente legate alle divinità sincretiche della santeria cubana, gli Orishas. Per questo, quando alla Noche, uno dei templi bolognesi della comunità salsera e bachatera, viene consumato un atroce, efferato delitto, appare subito chiaro che il crimine manifesta potenti connotati rituali.
Le indagini si presentano oltremodo complesse all’ispettore Basilica, versione italomeridionale del più celebre collega d’oltreoceano tenente Colombo, un concentrato di tabù “terronici” e arguzia sbirresca a gogò. Indagini tanto più difficili, in quanto la comunità bailarina è quasi impossibile da comprendere se non se ne fa parte. E, tra l’altro, l’ispettore Basilica ha un’autentica idiosincrasia per ogni tipo di ballo. Inoltre, tanti sono gli indiziati, ma debolissimi appaiono i moventi.
Per fortuna, l’ispettore Basilica riceve un importante aiuto nelle indagini proprio da quella che potrebbe essere la sospettata n°1: Elisa Guerra, detta La Guerrera, fidanzata della vittima.
Giornalista insoddisfatta (scrive per una scalcinata testata locale, diretta da un personaggio torbido e senza scrupoli), studentessa di criminologia, praticante di capoeira (la celebre arte marziale brasiliana che coniuga danza e combattimento), salsera eccelsa, ragazza dal carattere indomito e ribelle, amante del sesso praticato nelle sue forme più sublimi (possiede il dono del cocomordàn…ma non vi aspettate che vi spiegheremo cos’è ;D…). La Guerrera diventa quasi da subito una collaboratrice fondamentale per l’ispettore Basilica, costretto tra l’altro a barcamenarsi tra la sua innata puzza sotto il naso e l’invaghimento strisciante per la sensualissima ragazza.
Eppure le indagini sembrano proseguire un passo avanti e due indietro, e nel frattempo ci scappa un’altra morte violenta, ancor più inspiegabile della prima, e il buio sembra farsi ancor più fitto.
Fino a quando Catalina, compagna d’appartamento e di avventure della Guerrera, sensitiva e cartomante tra le altre cose, non decide di interpellare il suo mazzo di Tarocchi dell’Amore, portando pian piano alla luce una realtà impensabile e agghiacciante, in un tourbillon di magia, vendette, sesso deviato e passionalità estrema…

Questo nuovo romanzo di Marilù Oliva non è semplicemente un ottimo noir. Non è neanche solo un ottimo esempio di giallo metafisico. Marilù ci spiega e ci dispiega davanti agli occhi un mondo fantastico, per pochi eletti. Ci mostra passioni vissute diversamente dai canoni classici e obsoleti di noi europei, figli di un Vecchio Continente sempre più vecchio, vetusto e mummificato. Ci parla di una sensualità e una sessualità a noi aliena. Ci regala una favola moderna e preziosa, da gustare pagina dopo pagina. E ce la illustra con una freschezza di stile che al momento non ha eguali.
Qualche tempo fa, recensendo la sua opera prima “Repetita”, il sottoscritto azzardò degli accostamenti con altri celebri esempi di letteratura noir al femminile. Oggi si rende conto di aver sbagliato alla grande. Marilù Oliva non può essere accostata a nessuno, tanto il suo stile è unico nel suo genere. E bisogna tener conto che questa Autrice è solo alla seconda prova sulla “lunga distanza” letteraria…
Ora non ci resta che aspettare metà ottobre, quando Marilù verrà a Milano a presentare il suo piccolo capolavoro, Ca’ delle Ombre
avrà la possibilità di intervistarla dal vivo e il sottoscritto coronerà finalmente il sogno di rubarle una salsa! E sarà come rubarla alla Guerrera in persona, woooooowwwww…
(recensione a cura di) Domenico Nigro

domenica 11 luglio 2010

MARY TERROR (di Robert R. McCammon, Ed. Gargoyle Books)



Formato: Brossura
ISBN: 978-88-89541-41-8
Pagine: 416
Pubblicato: Aprile 2010
Prezzo: Euro 16,00


Georgia, inizio anni ’90 del secolo scorso. Le vite di due donne, molto diverse tra loro, scorre in parallelo. La prima, Laura Clayborne, è una giornalista di cronaca rosa, moglie di un affermato agente di cambio, da cui aspetta un bambino e dal quale viene regolarmente tradita da tempo.
Mary Terrel, invece, è una donna che vive in clandestinità, sotto la copertura di diverse false identità . Ricercata da oltre vent’anni, pluriomicida, col nome di battaglia MARY TERROR la donna faceva parte di un gruppo terrorista militante, lo Storm Front, una deviazione dei movimenti pacifisti hippies della Love Generation degli anni ’60.
Mary era follemente innamorata del leader dello Storm Front, Jack Gardiner, conosciuto come Lord Jack, da quale aspettava anche un bambino.
Il sogno d’amore di Mary e Jack ebbe fine, insieme agli ideali deviati dello Storm Front, la notte del 1° luglio 1972. Il gruppo era riunito per pianificare una misteriosa missione, denominata in codice “Signora Piangente”, quando fu letteralmente annientato da una devastante incursione di Polizia e FBI. La resistenza dei giovani terroristi era stata notevole, tanto sangue era stato sparso da entrambe le parti, ma alla fine la potenza di fuoco e l’utilizzo di mezzi da guerra da parte delle forze dell’ordine aveva avuto la meglio. I quattro superstiti, tra cui Mary e Jack, erano stati dispersi e non si erano più incontrati negli anni a seguire, ognuno preso a costruirsi una nuova identità, ognuno a fuggire dalle conseguenze degli orrori passati.
Ma per Mary Terror quella guerra non è mai finita. Un giorno, acquistando per caso una copia della rivista Rolling Stone, scopre un annuncio apparentemente senza senso: un invito, un appuntamento, una data precisa, il riferimento alla Signora Piangente…
Per Mary è chiaro: Lord Jack è tornato e sta chiamando i membri superstiti dello Storm Front, per riformare il gruppo, per riaverla al suo fianco, per provare ancora una volta a cambiare il mondo. Mary sa che non può mancare, e sa di dover portare un pegno d’amore all’unico uomo che abbia mai amato, quell’uomo che ha così tanto idealizzato da darle la forza di sopravvivere in tutti quegli anni. E quale pegno d’amore, se non un bambino in carne e ossa che sostituisca quello che aspettava da lui, che ha perso nell’ultima battaglia dello Storm Front?
Mary elabora così il folle piano di rapire un neonato, proprio nei giorni in cui Laura Clayborne mette al mondo il suo.
Traumatizzata dalla scoperta del tradimento di suo marito, la giornalista affronta il parto in condizioni psicologiche spaventose, ma la nascita del bambino, chiamato David, le restituisce un briciolo di serenità.
Serenità che viene immediatamente disintegrata dal rapimento quasi subitaneo del bambino, in ospedale, da parte della terrorista.
Accertata l’identità della donna grazie all’aiuto della Polizia, Laura resta però sconcertata dal fatto che Mary Terror sembra un osso troppo duro per le forze dell’ordine. Le ricerche non portano da nessuna parte, e suo marito e i suoi genitori sembrano rassegnarsi al fatto che, nelle mani di una pazza del genere, il bimbo potrebbe essere già morto.
È a quel punto che l’amore materno di Laura, unito al senso di abbandono da parte della famiglia e della Polizia, le fa scattare un meccanismo interno che letteralmente la trasforma.
Appigliandosi a una debole traccia, Laura inizia la sua caccia personale a Mary Terror, un inseguimento epico e terrificante che porterà le due donne ad attraversare gli Stati Uniti d’America in lungo e in largo, in situazioni ambientali impossibili, in condizioni umane inenarrabili, lasciandosi dietro una scia di sangue senza precedenti, fino ad arrivare a un finale pazzesco, incredibile, a cui non osiamo accennare, qui, per ovvi motivi…
Forse il romanzo più bello e completo di Robert R. McCammon mai pubblicato in Italia, “Mary Terror” ha un messaggio intrinseco di rara bellezza e magnificenza: quando una donna viene dilaniata nei suoi affetti e nei suoi sentimenti, nel suo essere più profondo, può trasformarsi nella forza più terrificante che esista in natura, più forte delle forze della Natura stesse. In questo romanzo noi ritroviamo ben due esemplari di questo tipo di donna: una trasfigurata dall’amore materno, l’altra dall’amore idealizzato. Una positiva, una negativa. Ma entrambe, indubbiamente, degne di un grande, incondizionato Rispetto.
“Una cavalcata selvaggia nel terrore… Un’epica avventura nel mondo della follia”, dice Dean R. Koontz per definire “Mary Terror”.
Un libro dedicato alle Donne. Quelle vere! Aggiungerei io…
(Recensione a cura di) Domenico Nigro

lunedì 21 giugno 2010

RAIMONDO MIRABILE, FUTURISTA (di Graziano Versace, Edizioni XII)



Autore: Versace Graziano
Editore: Edizioni XII
Prezzo: € 15.50
Collana: Eclissi
Data di Pubblicazione: 2010
ISBN: 8895733185
ISBN-13: 9788895733180
Pagine: 284


Recensione Raimondo Mirabile, futurista

Milano, 1911. Venti di guerra infuriano sul continente europeo, e l’Arte li asseconda, pervasa com’è dal nuovo movimento del Futurismo, che si proietta nel futuro promovendo ideali quali Audacia, Volontà, Forza, Violenza, Guerra, Superiorità dell'Uomo ma soprattutto il Progresso Scientifico e Tecnologico. È su questo substrato culturale che si incista, come un tumore maligno, il tentativo di invasione della Terra da parte di una razza di predatori spaziali che utilizzano proprio la forza di volontà come massimo Potere per piegare e asservire la razza umana, trasformando gli uomini in una sorta di proto-cyborg.
È su questo inquietante scenario che si svolgono le avventure di Raimondo Mirabile, letterato e avventuriero dedito, a modo suo, alla causa del Futurismo, accompagnato dal fedelissimo maggiordomo Gregorio Valli, la voce narrante del romanzo.
Quando i due vengono a conoscenza, grazie a un vecchio amico della madre di Raimondo, il gentiluomo inglese John Styles, della minaccia extraterrestre, Milano è già quasi completamente sotto il controllo della Società degli Eletti (il nome dietro cui si nasconde l’organizzazione aliena). Spalleggiati da un ricco uomo d’affari milanese che ha abbracciato la loro causa, Ludovico Mercadante, e capeggiati dal tenebroso Milo Corvan, gli Eletti responsabili del tentativo di conquista italiana sono ormai arrivati a dominare le più alte sfere intellettuali e di potere della città meneghina. Aiutati da un manipolo di amici (la contessa Alma Guarnero, miss Julie Harringhton, il francese Henry Savant, il giornalista milanese Bonaventura Galvagna e uno strano Viaggiatore del Tempo, Fredreric Da Crone…), i nostri eroi intraprenderanno una battaglia senza esclusione di colpi che li porterà a duellare con i nemici intergalattici nei luoghi più suggestivi della città, dal salotto letterario della contessa Guarnero di via Cenisio, alla Galleria Vittorio Emanuele II, alla Chiesa di Santa maria del Carmine, al Teatro Lirico, fino all’apocalittico epilogo nel sottosuolo del Cimitero Monumentale…
Romanzo fantascientifico dall’intenso sapore retrò, dove bulloni, valvole, olio di macchina e ardimento hanno campo libero, “Raimondo Mirabile, Futurista” ha l’avvincente struttura di un vecchio fumettone a puntate, di quelli che furoreggiavano nel Ventennio del secolo scorso sulle pagine de l’Audace o L’Avventuroso…
Per neo-futuristi nostalgici :D
(Recensione a cura di) Domenico Nigro

lunedì 14 giugno 2010

IL GRIMORIO DI BAKER STREET (di Barbara Hambly, Kim Newman e altri - Edizioni Gargoyle Books)



Barbara Hambly, Kim Newman e altri
Il Grimorio di Baker Street
Formato: Brossura
ISBN: 978-88-89541-45-6
Pagine: 350
Pubblicato: maggio 2010



“[...] il suo sguardo era acuto e penetrante; e il naso sottile aquilino conferiva alla sua espressione un'aria vigile e decisa. Il mento era prominente e squadrato, tipico dell'uomo d'azione. Le mani, invariabilmente macchiate d'inchiostro e di scoloriture provocate dagli acidi, possedevano un tocco straordinariamente delicato, come ebbi spesso occasione di notare quando lo osservavo maneggiare i fragili strumenti della sua filosofia”.
Di gran fascino e carisma, il buon, vecchio Sherlock. Dobbiamo riconoscerglielo. Di un temperamento tale, che il suo creatore, Sir Arthur Conan Doyle, non riuscì a mandarlo in pensione neppure dopo quattro romanzi e cinquantasei racconti.
E se l'esistenza di Doyle si spense, quella dell'investigatore londinese no. Egli continuò infatti ad apparire in altre centinaia di opere letterarie, fino a fare il suo debutto prima in teatro e poi al cinema.
Sicuramente non fu il primo investigatore “deduttivista” della narrativa; ricordiamo infatti Auguste Dupin creato dalla penna di E. A. Poe, ma è sicuramente divenuto un archetipo per tutti i suoi discendenti.
Profondo conoscitore della chimica, buon violinista, provetto schermidore, Sherlock Holmes incarna alla perfezione lo spirito positivista di fine '800. La sua comparsa sottintende il divincolarsi da tutti gli schemi che il Romanticismo aveva portato con sé. L'uomo non è più succube di una Natura con la enne maiuscola, matrigna, perfida o al massimo indifferente, così come suggerì Leopardi; tutt'altro. Ora l'uomo rivaluta ogni sua abilità, mette su un piedistallo l'intelletto, la logica, la deduzione; cosciente che può parlare del macrocosmo, leggendo il microcosmo e viceversa in un eterno 'tout-se-tient'. E allora si appoggia la teoria di G. B. Vico, secondo cui VERUM=FACTUM, e non si scappa.
Ma non è del tutto così. Se facessimo di Sherlock Holmes un determinista convinto, quadrato, un novello San Tommaso, non renderemmo certo giustizia alla sua immagine. Famosa è la sua frase “Quando hai eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità”. in questa frase notiamo certamente un'apertura, per quanto del tutto ipotetica e ahimè frustrata (almeno nei racconti di Doyle), verso il mondo del paranormale.
Ed è qui che volevo portarvi. L'antologia “Il Grimorio di Baker Street” è una raccolta di avventure holmesiane, in cui il detective si cimenta non più con la realtà ordinaria, ma ha modo di applicare la logica anche al mondo dell'occulto. I puristi potrebbero storcere il naso, è vero. I vari autori potrebbero essere tacciati di revisionismo, ma io mi permetto di dire un sonoro “chi se ne frega”. In questo libro troverete undici racconti di alto livello che non temono assolutamente confronti con le altre opere apocrife. Anzi, proprio la riscrittura del personaggio di Sherlock Holmes è di grande utilità e non cade minimamente nel banale. Tutto questo “rinfresca” e dà maggior vigore a una delle figure più classiche di tutta la narrativa gialla.
Fra demoni, poultergeist, stregoni e bizzarre creature fra cui, udite udite, Peter Pan, il detective e il suo fido assistente Watson riusciranno a destreggiarsi oltre i confini del reale fino a raggiungere l'agognata “nuda veritas”.
“Il Grimorio di Baker Street” è un libro che osa parecchio. Ma proprio nel suo osare narrativo, toglie il fiato con una notevole dose di colpi di scena e un ritmo abbastanza veloce, seppur fedele allo stile di Conan Doyle, e sono sufficientemente sicuro che non deluderà nessuno.
Buona lettura, a puristi e non…
(Recensione a cura di) Valerio Bonante

venerdì 9 aprile 2010

NAPOLI - Geografie del mistero (di AA. VV., Giulio Perrone Editore Divisione LAB)



Napoli - Geografie del mistero, a cura di Giuseppe Cozzolino
ANTOLOGIA - Giulio Perrone - Perronelab
2010 - pagine 200
Formato 13x20
978-88-6316-110-6
Prezzo 15,00 euro



"Napule è mille culure
Napule è mille paure
Napule è a voce dè creature
Che saglie chianu chianu
E tu sai ca nun sì sula

Napule è nu sole amaro
Napule è addore e mare
Napule è na carta sporca
E nisciuno se ne mporta
E ognuno aspetta a sciorta

Napule è na camminata
Int’e viche e mmiezz’all’ate
Napule è tutto lu suonno
E a sape tutto o munno
Ma nun sann’a verità..."

Ma nun sann' a verità. Proprio così! Poche canzoni o poesie hanno saputo descrivere Napoli come questi versi indelebili della "Napul'è" di Pino Daniele.
Eppure, come lo stesso cantautore sottolinea, quella descritta non è l'unica verità.
Napoli è molto di più. Magia, misteri, folklore, antichi culti, figure mitologiche trasformate dalla fantasia popolare (unica al mondo...) in grottesche, indelebili maschere teatrali e carnascialesche.
Questa avvincente antologia è un piccolo compendio di tutto quanto appena detto. Per dirla con le parole del curatore, Giuseppe Cozzolino,scrittore e giornalista, responsabile del network MondoCult ( ), “Questa è Napoli, Crocevia del Mistero: Passato, Presente e Futuro si fondono insieme. Fantasmi, demoni e assassini. Amanti, poeti, filosofi. Si danno tutti convegno qui. Nella terra della Sirene Partenope e delle Sibilla Cumana. Nella città di Sansevero e Benedetto Croce”.
E allora andiamoli ad analizzare uno per uno, i 13 episodi letterari che danno vita a questa antologia...
Si parte subito con "...perché il barbiere chiudeva alle diciannove?", un tradizionale, tipicissimo "'cunto", quel tipo di narrazione che un tempo, quando internet era neanche un sogno e i televisori erano un lusso per pochi, e c'era più tempo da condividere a casa con i propri cari, o da trascorrere nella bottega di un barbiere per spettegolare o raccontare di cose inverosimili, spopolavano alla grande. Il racconto porta la firma di Bruno Pezone e si svolge, appunto, nella bottega di un barbiere negli anni '70 del secolo scorso, bottega che secoli prima era servita al Principe Raimondo di Sangro come laboratorio per i suoi misteriosissimi esperimenti.
Si prosegue con "Iside sogna" di Lucio Leone, gustosissima storia dagli intensi e antichissimi profumi d'oriente, dove una piccola delegazione di suore, scampate a un'orrendo massacro a Costantinopoli e scortate da un ardimentoso legionario romano di origini nordiche, approda a Napoli, facendo base presso le rovine di un tempio pagano, portando con se la sacra reliquia della testa di San Gregorio Armeno, e dando origine a un mistero, tutt'oggi irrisolto, legato al culto dell'antica dea egizia Iside.
Il terzo episodio porta la firma del sottoscritto, si svolge ai giorni nostri e narra delle gesta del rampollo di un potente clan camorristico, la cui ascesa e declino sono irrimediabilmente legati a un'antico e leggendario spirito domestico, lo stesso che da il titolo al racconto, "Bella M'briana".
Il quarto episodio, "E' stata la casa..." (di Dino Simonelli) è una storia di magia nera e giustizia post-mortem, laddove la bontà d'animo del napoletano vero è capace di annullare e distruggere persino gli effetti del Male, quello con la M maiuscola...
"Specchi e confini", di Fabio Lastrucci, è invece un'originalissima e delirante ode alla spazzatura che infesta la metropoli partenopea, qui vista come nuova Matrice di Vita, per quanto stranissima e assurda vita artificiale...
Il Nazismo "esoterico" e la Guerra Mistica, alternativa a quella reale, sono alla base di questo ferocissimo e passionale racconto,"Il sangue dell'inganno", di Giovanni Caiazzo e Angela Cinicolo, che si svolge nella Napoli assediata del 1943 e descrive le gesta di una coppia di infernali aguzzini tedeschi, alla ricerca dell'Arma Magica Assoluta che avrebbe cambiato le sorti della guerra, contrapposta a una coppia di bambini, il cui unico credo è sopravvivere.
"Un'ora sola" di Francesco Velonà è un'altra bellissima storia surreale, come solo a Napoli potrebbe accadere, che dimostra come viaggiare indietro nel tempo, sia pure di un'ora sola, e rimediare ai propri errori sia possibile...
Ancora un salto nel tempo e ci ritroviamo, col racconto "Anime inquiete", di Luciano Palmieri, nel XVII° secolo, epoca di dominazione spagnola, di peste e Inquisizione, da dove una spaventosa maledizione viene lanciata per colpire in modo funesto e devastante gli operai di un moderno cantiere edile...
La macabra scoperta, effettuata in un signorile appartamento del prestigioso Borgo Santa Lucia, da due sposini che l'hanno appena acquistata, sta alla base del fantasmagorico racconto di Giovanni Venturi, "L'appartamento in via Santa Lucia".
Poi, ecco che un autentico tizzone d'Inferno parte dalle pagine del libro e ci brucia dita e occhi: è "Paco Malaventura" di Ugo Ciaccio, avventura nera, blasfema e anticlericale di una coppia di personaggi che meglio assortita non si poteva: un poliziotto bestemmiatore dal grilletto facile e un diavolaccio viveur che, per accaparrarsi anime da portare all'Inferno, fa il collaboratore di giustizia!
Neanche il tempo di farsi due risate allo humor nero, che Argia Di Donato e il suo "Il mondo nascosto" cambiano il registro emotivo della narrazione, con una storia triste e struggente dedicata a coloro che vengono dimenticati.
Ma si torna subito a sorridere, con "Amore indivisibile" di Gianni Puca, un grottesco noir dove qualcuno, che non ha ancora realizzato di essere stato assassinato, indaga sulle dinamiche di un'orribile omicidio...
Per finire, un'autentica chicca di Giuseppe Cozzolino, una gustosissima favola infernale, con protagonista il demone Mortecheride/Pulecenella, ambientata tra Napoli e la sua controparte ultradimensionale Omnia Pandemonium!
Insomma, se non siete mai stati a Napoli, dopo aver letto quest'antologia sono sicuro che vi prenderà una voglia irrefrenabile di visitarla, a voi appassionati di cosine horror e weird.
Perchè è pure vero che (e non l'ho detto di certo io...) "vedi Napoli e poi...muori"!
(Recensione a cura di) Domenico Nigro

giovedì 8 aprile 2010

VARNEY IL VAMPIRO - Primo Volume: Il banchetto di sangue (di Thomas Preskett Prest - James Malcolm Rymer, Ed. Gargoyle Books)



Thomas Preskett Prest - James Malcolm Rymer
Primo Volume
Il banchetto di sangue
Traduzione Chiara Vatteroni
Introduzione di Carlo Pagetti
Gargoyle Books



“Il genere Gotico pone sempre dei dubbi al centro e a motore della narrazione: cos'è oggettivo e cos'è soggettivo? Che rapporto c'è tra conosciuto e ignoto? Cos'è vero e cos'è falso? Cos'è storia e cos'è leggenda? E persino: cos'è vita e cos'è morte? Possiamo davvero tracciare un netto confine tra tutte queste cose? C'è ben poco di evasivo in romanzi che trattano questi interrogativi fondamentali. Definire l'horror come semplicemente "perturbante" confonde il mezzo con il fine. Il fine è filosofico, ma con una specificità: l'accento cade sulle domande, non sulle risposte. Il disagio che si semina nel lettore, lo spinge a interrogarsi. Ogni soluzione raggiunta, ingenera nuovi interrogativi. Credo che questo atteggiamento abbia un profondo significato culturale e politico. In epoche stupidamente assertive come quella in cui viviamo, chi propaga dubbi fa opera di bene.”
Gianfranco Manfredi


“Il banchetto di sangue” ha inizio con un siffatto, orrido pasto: la disgustosa esigenza di un incubo che investe la giovane, graziosa e virtuosa Flora, non prima d’essere annunciato da una fosca tempesta che s’abbatte sulla dimora di campagna, la Bannerworth Hall, dove nel sonno lei attende e sogna del ritorno di Charles Holland, il proprio fidanzato in viaggio all’estero. Un vampiro - tale è l’incubo - affiora dalle tenebre adoperandosi per avvincerla in una terrifica esperienza sensoriale, che è poi la tela del ragno dove paralizzata, la preda è costretta a subire passivamente l’infernale banchetto. I fratelli Henry e George, insieme a Mr Marchdale, un conoscente, accorreranno alla richiesta d’aiuto di Flora, imbattendosi nell’ospite inquietante e ritrovandosi così invischiati nelle trame e nelle peripezie di Sir Francis Varney. Un vecchio quadro nella stanza stessa dove Flora è stata predata, lo ritrae: il giovane dalla fronte maestosa, dal pallore di morte, che scruta dal dipinto con “occhi che nessuno vuole vedere due volte”. Le indagini, i sospetti - le paure, lo sdegno per quanto accade e la volontà di difendersi da un simile, irruente sovvertitore della propria mite “realtà” così faticosamente edificata – individueranno nell’aristocratico Sir Francis il proprio demoniaco avversario, quello stesso nemico residente in una vicina dimora, che s’industria per il possesso della Bannerworth Hall; arrivando, per tale scopo, a minacciare Flora – allorché scoperto, e nondimeno restio a rinunciare alle proprie signorili, cavalleresche maniere - di riprometterla all’orrore vissuto, dovessero decidere di scontrarsi con i suoi propositi e ostacolarli. Charles Holland è nel frattempo riapparso, ed è subito affiancato dalla figura del dottor Chillinghworth, dell’ammiraglio Bell e del suo attendente Jack Pringle, le persone che saranno più intimamente coinvolte nelle vicissitudini della famiglia Bannerworth, e che vorranno far chiarezza su quanto accade. Ci sono infatti diversi enigmi da sbrogliare, come l’improvvisa, subitanea sparizione di Charles, dietro cui si scoprirà poi vi è la combutta di Mr Marchdale con Sir Varney, complici nella volontà di sbarazzarsi di un comune intralcio alle proprie mire, riconosciuto nel giovane fidanzato di Flora, relegato pertanto nei sotterranei di un edificio in rovina e costretto alla passività. Ma nel mentre che tutto ciò accade – duelli, risse, ruderi visitati, bare scoperchiate, paletti infilzati – l’eco di tali drammatiche e stravaganti vicende ha raggiunto il popolo, che assalta e incendia la casa di Varney il vampiro promettendogli morte, e costringendolo a nuove agili peripezie, fughe, controffensive e seduzioni.
La Gargoyle Books torna a farci fare salti di meraviglia sulle sedie, e a rinnovare la stima che le è dovuta, impegnandosi nientemeno che nella prima traduzione di quel leggendario “anello mancante” dell’universo narrativo con protagonista la figura del vampiro. Una prestigiosa operazione che porta sui nostri scaffali un opera da tutti citata ma poco conosciuta, successiva al solo Polidori: il capolavoro dei penny dreadful che vorrà influenzare tutta la letteratura gotica a seguire e persino il Dracula di Bram Stoker. L’opera è proposta in tre volumi, per un totale di circa 1500 pagine: “Il banchetto di sangue”, con la prestigiosa introduzione di Carlo Pagetti; a luglio uscirà il secondo volume dal titolo “L'inafferrabile”, impreziosito dall'intervento di Fabio Giovannini, che traccerà un excursus sulla figura del vampiro; il terzo volume, “All’ombra del Vesuvio”, sarà in libreria a novembre con il contributo del grande Mauro Boselli (Dampyr) che traccerà l'evoluzione del vampiro nella letteratura popolare, dal penny dreadful al fumetto.
Gli autori: Inizialmente fu Thomas Preskett Prest - scrittore londinese cui si deve il romanzo Sweeney Todd, the Demon Barber of Fleet Street (che ha ispirato John Schlesinger e Tim Burton per i loro film sul barbiere cannibale, rispettivamente La bottega degli orrori di Sweeney Todd,1997 e Sweeney Todd il diabolico barbiere di Fleet Street, 2008) a venire ritenuto autore di Varney il vampiro, in seguito, però, si fece il nome di James Malcolm Rymer, ingegnere civile che arrotondava i suoi introiti dedicandosi alla scrittura su commissione per l'editore Lloyd, da molti reputato più attendibile quanto a paternità dell'opera. Rymer probabilmente si spartiva, coordinandolo, il lavoro con altri vari scrittori rimasti ignoti, al punto che la redazione del testo sembra più provenire da una "scuola", o da una catena di montaggio, in cui il nome dell'autore rimane anonimo e non appare comunque di primaria importanza...

(Recensione a cura di) Bruno Maiorano

sabato 13 marzo 2010

IL BATTELLO DEL DELIRIO (di George R. R. Martin - Edizioni Gargoyle Books)



Il battello del delirio (di George R. R. Martin)
Traduzione Simone De Crescenzo
Gargoyle Books
pagg. 393
Euro 18,00
ISBN 978-88-89541-42-5



Siamo nel 1857 in Louisiana, quando l'inverno più rigido che le cronache dell'epoca ricordino, gela il grande Mississippi, intrappolando nella morsa del ghiaccio un gran numero di battelli, stritolandoli. Il gigantesco quanto ambizioso Capitano Abner Marsh è uno di quelli che perde più imbarcazioni, e questo lo getta in rovina, facendo precipitare le quotazioni della sua compagnia di navigazione. D'improvviso, però, uno straniero che si fa chiamare Joshua York, si offre di rilevare metà della compagnia promettendo al Capitano Marsh di fornirgli tutti i capitali sufficienti a costruire un nuovo battello. Anzi IL Battello: l'imbarcazione più grande, lussuosa, veloce che sia mai stata vista a memoria d'uomo solcare le torbide acque del Mississippi.
L'offerta è così spropositatamente allettante che il Capitano diffida, ma alla fine decide di entrare in affari col suo nuovo socio, a patto però di non porgli troppe domande circa le sue abitudini di vita così inconsuete e sulle sue frequentazioni. Infatti Joshua York è un tipo molto misterioso: poliglotta, amante di Byron, esteta convinto, ama passeggiare di notte e dormire di giorno.
Al di là di questo, si comporta in maniera molto calorosa e cordiale con Abner Marsh, e quest'ultimo gli dimostra gran stima.
Presto il nuovo battello della loro compagnia viene varato col nome di “Fevre Dream” e riscuote subito un gran successo.
Come è facilmente prevedibile, però, le abitudini notturne di York, assieme alla strana gente al suo seguito (che diviene di casa a bordo del “Fevre”), iniziano a destare i sospetti di Marsh, il quale presto scopre la verità: York e i suoi amici sono vampiri impegnati in missioni di cui gli sfugge il senso. Ma ormai è troppo tardi per tirarsi indietro, il Capitano ha scoperto troppo e la sua vita dipenderà esclusivamente dalla scelta che farà: allearsi con York oppure ucciderlo?

Louisiana, seconda metà dell'ottocento, rive del Mississippi... Sembra di essere lì. L'odore del whisky, gli schiavi negri nelle piantagioni, la middle-class in rapida ascesa grazie alla rivoluzione industriale, la discriminazione razziale e un territorio grande e selvaggio come l'America che fu, tutto attorno.
E i battelli sul fiume... le grandi scie di fumo nero dalle ciminiere, gli scaricatori alle prese con le merci, le banchine affollate di marinai, ubriaconi, passeggeri, e il loro vociare confuso. E sullo sfondo, costante, ovattata... Una tromba in sordina, un contrabbasso... li immagini, li senti suonare in quel tempo, quando si iniziava a creare la “musica negra”... la prima posa delle fondamenta del jazz, quel genere che settant'anni dopo fece impazzire anche i bianchi, che rimanevano estasiati davanti a un Morton o a un Tatum.
Devo dire la verità... questo libro mi ha dato filo da torcere. Se dovessi inquadrarlo, lo definirei “visivo” poiché ha una cura estrema per i particolari. Non omette nulla e rifornisce di stimoli costanti la mente del lettore. Questo è sicuramente un valore aggiunto a un libro scritto così bene, ma alle volte rischia quasi di appesantire la narrazione.
Dettagli, capiamoci... è solo una questione di gusti. Ma se i gusti sono opinabili, la qualità non lo è. E ne “Il battello del delirio” ce n'è tanta.
Pregevolissimo è poi il tentativo di smontare il cliché del vampiro. Dimenticate aglio, croci, acqua santa e specchi. In breve: dimenticate la superstizione. Qui i vampiri sono spogliati della loro soprannaturalità e ci vengono presentati come una razza alternativa all'umana. Con la loro anatomia e fisiologia. Ci vengono presentati come una razza frammentata, altezzosa e decisamente longeva, devastata dalle lotte intestine e alla disperata ricerca di un re che guidi la stirpe in una città favolosa della cui esistenza dubitano i vampiri stessi.
L'intreccio della narrazione sarà sicuramente avvincente per coloro che non amano ritmi schizofrenici, ma anche per gli altri si rivelerà una lettura più che gradevole, che non disdegnerà di fare una leggera “toccata e fuga” nel gore. Ancora una volta un'ottima opera degna della Gargoyle.
(recensione a cura di) Valerio Bonante

giovedì 25 febbraio 2010

REPETITA (di Marilù Oliva - Gruppo Perdisa Editore)


Marilù Oliva
Repetita
Perdisa
Collana Walkie Talkie
Pagine 192
Prezzo 14,00 euro


Bologna, ai giorni nostri. Un feroce e spietato serial killer sta mettendo in ginocchio la città e la Nazione intera, come mai era accaduto dai tempi del Mostro di Firenze. I suoi efferati delitti sono terrorizzanti e "archetipici", perchè si ispirano ai grandi omicidi della Storia, a tal punto che il maniaco omicida viene ribattezzato dagli organi di stampa "il Valentino", come Cesare Borgia, fratello della celebre Lucrezia. Sulla pista di questo nuovo Mostro si lancia l'ispettore Basilica, della Questura di Bologna, e una equipe di storici e psicologi, tra cui la dottoressa Malaspina, che tra l'altro, inconsapevolmente, lo ha in cura, e ne è segretamente innamorata. Il Valentino, infatti (il cui vero nome è Lorenzo Cerè)è uno psicopatico lucido (di quelli, insomma, della peggior specie...), con un passato di soprusi e sevizie familiari assolutamente allucinante. Gelida macchina da sesso, grande cultore della Storia e dei suoi continui repetita, Lorenzo Cerè si rivolge alla dottoressa Malaspina per trovare un rimedio ai suoi feroci mal di testa, presentandosi subito alla brillante psichiatra come un caso affascinante, difficilissimo ma non impossibile da curare...

Questa è solo una traccia minimale della trama del romanzo, che non rende assolutamente il concetto pieno della storia. L'ispettore Basilica, per esempio, ha un ruolo molto marginale nell'intero contesto. Qui il protagonista assoluto, nonchè voce narrante del romanzo, è proprio il Valentino! Con una costruzione letteraria assolutamente originale, uno stile asciutto, durissimo e senza tanti fronzoli, e un modo di descrivere certe scene assolutamente insano e abberrante (l'episodio della masticazione e deglutizione di una cimice da parte del serial killer, il pasto obbligato di una vittima con le interiora di un cane appena sgozzato e squartato e altre delicatezze del genere metterebbero a dura prova anche gli stomaci più avvezzi...) pongono di diritto la bravissima Marilù Oliva (qui all'esordio nel campo della letteratura sulla lunga distanza)in una posizione di assoluto rilievo nell'ambito del noir nostrano.
L'Italia ha dunque trovato la sua Amélie Nothomb? Il Tempo, o la Storia, e i suoi Repetita...ce lo diranno.
(Recensione a cura di) Domenico Nigro

giovedì 11 febbraio 2010

Gli archivi di Dracula (di Richard Rudorff, Ed. Gargoyle Books). Da oggi, 11/02/2010 in tutte le librerie! In anteprima, recensione di Valerio Bonante



Gli archivi di Dracula di Raymond Rudorff (The Dracula Archives, 1972)
Traduzione Simone De Crescenzo
Postfazione è di Gianfranco Franchi
Gargoyle, collana Nuovi Incubi 15
pagg. 252
Euro 13,50
ISBN 978-88—89541-40-1


La trama si dipana attraverso le vicende di un bambino di nobili origini, il piccolo Stephen Morheim, che nel 1877 viene affidato alla tutela dei parenti (il colonnello Takely e sua moglie Matilda), in seguito alla morte dei propri genitori in circostanze spaventose. Come se non bastassero le atroci dicerie che circolano su tale vicenda, altre voci sul conto di Stephen vi si accavallano, poiché il bambino mostra tratti molto marcati di deficienza mentale. Tuttavia, al raggiungimento del decimo anno di età, Stephen inizia a compiere dei progressi incredibili; presto impara ad esprimersi, a leggere, a scrivere e dimostra un grande interesse ed una passione smodata per lo studio. La sua educazione procede spedita, ma al contempo il ragazzo inizia a discostarsi dai propri coetanei, a diventare più introverso e dimostra una maturità certamente superiore a quella che si confà ad un adolescente. Acquista in breve una personalità molto forte, autoritaria, un carisma proverbiale, un fascino quasi ipnotico.
A diciotto anni si trasferisce a Budapest, e qui si apre una parentesi universitaria in cui troviamo uno Stephen Morheim controverso e ribelle; un genio maledetto che inizia a coltivare una passione
morbosa per l'araldica, la storia dell'impero austro-ungarico e la negromanzia, arrivando a dilapidare patrimoni interi, pur di procurarsi antichi e pregevoli tomi su tali argomenti.
Lasciata l'università, si stabilisce a Torberg in un antico maniero di famiglia fra le montagne, dove inizia a circondarsi di brutti ceffi che sbrigano per lui misteriose incombenze, mentre lui cova l'insano sogno di sconfiggere l'ultimo nemico: Madonna Morte.
La luce oscura che quest'uomo emana diviene allora così penetrante da irretire la giovane Elizabeth Sandor, ricca e nobile ereditiera di una famiglia dal passato tinto di rosso. Da qui in poi la storia si fa ancora più avvincente, ma non ne svelerò i retroscena poiché sarebbe un delitto vero e proprio.

Nella nostra realtà, le certezze sono la cosa più accomodante. Fa piacere pensare che un fenomeno proceda in un certo modo; e tanto più quel modo è facilmente conoscibile, maggiormente il nostro animo si tranquillizza e si sente appagato. I vampiri? Solo una storiellina per ragazzi... vorremo mica credere a simili sciocchezze?
Decisamente accomodante!
E se invece fosse tutto vero, se i vampiri fossero davvero lì fuori, chissà dove, a spiarci e ad aspettare frementi le tenebre per...? Lo vedete che basta introdurre un dubbio nel sistema, perché questo inizi a vacillare pericolosamente?
E se invece che un romanzo di fantasia, il Dracula di Stoker fosse un romanzo di denuncia di un fenomeno così pericolosamente sottovalutato dal determinismo moderno? Possibile, perché no?
In fondo la Storia si serve di fonti, documenti, note, citazioni e “Gli archivi di Dracula” contiene tutto ciò.
Se siete alla ricerca di prove storiche che legittimino l'esistenza di terribili personaggi come il conte Vlad Tepesh o la sanguinaria Erzsébeth Bathory, qui le troverete, suffragate a sufficienza. Sarete accompagnati alla scoperta di un medioevo tenebroso, fatto di guerrieri valorosi che facevano dello spargimento di sangue un valore sublime; sarete condotti attraverso suggestivi paesaggi carpatici costellati di antichi manieri in rovina, che conobbero migliori splendori nelle mani di signori della guerra senza scrupoli. Vi sembrerà di essere condotti attraverso la nebbia da nere carrozze, guidate dai più bizzarri personaggi che il folklore transilvano possa mai aver concepito. Scenderete per cripte tenebrose dove il puzzo della decomposizione vi riempirà le narici e le ossa dei morti costelleranno i vostri incubi.
Non è un'esagerazione; è tutto vero. Pur rispecchiando molto il romanzo gotico nella narrazione, quest'opera surclassa tale genere poiché possiede quel “quid” che solo l'avvento della cinematografia ha saputo dare. Il tutto si concretizza in un maggior dinamismo dell'opera.
Non vi aspettate uno Stephen Morheim “bello e dannato” coi tratti del dandy inglese ottocentesco, diafano e delicato... no, qui il protagonista, pur avendo un aspetto nobile è ritratto davvero come una bestia. D'aspetto magnifico e fiero, ma sotto il velo dell'apparire comune scoprirete una vera bestia dagli occhi come brace, affamata di vita e sapere.
Questo fantastico romanzo è datato 1971, quando l'argomento vampirismo conobbe il proprio exploit e fu condito in tutte le salse; personalmente mi rammarico che, almeno in Italia, veda la luce solo ora, poiché merita davvero tanto e va ringraziata la Gargoyle Books per averlo valorizzato. L'opera in questione è un degnissimo antefatto alle gesta del terribile e famelico Conte stokeriano. Rudorff è molto bravo a ricalcare gli stilemi del suo predecessore. Le descrizioni dei passaggi più terrificanti, come le possessioni o le descrizioni dei non-morti sono pesantemente influenzate dalla prosa di Stoker, per non parlare dello stile utilizzato nel romanzo, che è quello epistolare-diaristico tipico del “Dracula”.
Inutile dilungarsi di più, “Gli archivi di Dracula” è un libro che vi lascerà in sospeso dalla prima all'ultima pagina, e una volta giunti alla fine, si ha quasi l'impressione che Stoker sia stato fin troppo ottimista nel finale del suo libro ma spesso la realtà è ben più cinica, perchè, per citare la PFM “la morte, signori, non muore”.
(Recensione a cura di) Valerio Bonante

mercoledì 3 febbraio 2010

LA RAGAZZA DELLA PORTA ACCANTO (di Jack Ketchum, Ed. Gargoyle Books)


Formato: hard cover
ISBN: 978-88-89541-37-1
Pubblicato: novembre 2009
Prezzo:€17,00


“Pensate di sapere cosa sia il dolore?”

New Jersey, 1958. Nel cuore dell’America rurale, in pieno maccartismo, periodo di Sospetto con la S maiuscola, e di caccia alle streghe comuniste. In un luogo, in un clima del genere, cresce, nel quasi totale disinteresse dei genitori (troppo presi da problemi e fallimenti di varia natura…), un gruppo di ragazzini. È estate, le scuole sono chiuse e i piccoli protagonisti di questa storia, tutti vicini di casa, passano il tempo vivendo alla giornata, inventandosi giochi tipici della loro età (quindi quasi tutti di natura sottilmente sadica e perversa). Cuore delle loro attività e centro d’incontro è la casa di Ruth Chandler, donna divorziata e disillusa, con tre figli da crescere: Donny, Willie e Woofer.
Ruth è una sorta di mito per i giovani protagonisti, la mamma ideale: permissiva e liberale, sboccata, divertente, provocante (anche dal punto di vista sessuale)…
Tutto sembra filare liscio come sempre, in quell’estate come tante altre, fino a quando, a casa Chandler, arrivano due nuove ragazze, le sorelle Meg e Susan Loughlin, nipoti alla lontana di Ruth. Le ragazze le vengono affidate in quanto Ruth risulta l’unica parente in vita, dopo lo spaventoso incidente stradale in cui entrambi i genitori di Meg e Susan hanno perso la vita, e che ha lasciato anche sui corpi delle due ragazze segni e cicatrici indelebili. Tutti i ragazzi del vicinato, compresi i figli di Ruth, guardano con sospetto e distacco le due nuove arrivate, per quanto queste si dimostrino delle coetanee deliziose, affabili, gentili e intelligenti. Soprattutto Meg, la più grande e la più bella, che conquista subito le attenzioni di David (l’Io narrante del romanzo), l’unico ragazzo che la tratta con simpatia. L’atteggiamento degli altri ragazzi è fortemente condizionato dall’avversione nutrita da Ruth nei confronti di Meg, che in lei pare vedere, in fiore, la donna che lei avrebbe voluto essere, con tutte le sue forze, e che invece non è mai stata. L’essere costrette a convivere sotto lo stesso tetto fa degradare lentamente la situazione e alimenta la terribile follia latente di Ruth, che coinvolgerà i suoi giovani amici in un gioco demoniaco di terrificanti sevizie e indicibili torture nei confronti della povera Meg, che dureranno mesi, nel più totale disinteresse della comunità e delle forze di polizia, che pure erano state messe sull’allerta dalla stessa Meg, quando ancora era in condizione di farlo… Meg, Icona di un Martirio aberrante senza precedenti in letteratura…

Ispirato a un episodio reale di cronaca nera americana, dotato di una struttura narrativa eccezionale, i primi 23 capitoli di questo incredibile romanzo di Ketchum sono solo il lunghissimo, indispensabile, tenebroso preambolo alla terrificante tempesta che sta per scatenarsi, l’equivalente degli enormi, nerissimi nuvolosi che si addensano all’orizzonte prima di uno spaventoso temporale. Tutti i profili dei personaggi vengono disegnati, a fosche tinte. Questi, già dall’inizio, non hanno alcuna similitudine con, per esempio, la Pattuglia Ciclista dei romanzi di Dan Simmons. Sono molto più vicini ai piccoli demoni de “Il Signore delle Mosche” di William Golding.
E così, quando ormai è chiaro che questo è, si, un romanzo di formazione, ma una formazione basata sulle regole dell’Inferno, quando tutte le circostanze sono state narrate, tutte le pedine schierate, quando ormai non c’è più spazio per la luce e la misericordia, ecco giungere il Tuono, secco e potente, improvviso, ad annunciare l’inizio della Tempesta. Capitolo 24, solo tre parole, agghiaccianti: “Accadde nel seminterrato.” Da questo momento in poi, e per le successive 147 pagine, imbottitevi di Maalox e preparate la vostra mente, il vostro stomaco, il vostro sistema emotivo a incassare la più incredibile, assurda, devastante dose di violenza letteraria che abbiate mai avuto modo di leggere. Preparatevi a soffrire atrocemente con Meg, ma anche a (si, questa affermazione è blasfema…) a godere di quella violenza: impercettibilmente, e cercherete di negarlo a voi stessi, ma sarà così, perché questo Demonio che risponde allo pseudonimo di Jack Ketchum (il suo vero nome è Dallas Mayr) sarà capace di farvi calare, vostro malgrado, nelle menti e nelle pulsioni dei Mostri, così come nella sofferenza inaudita di un giovane corpo orrendamente profanato e martirizzato.
Pensate di sapere cosa sia il dolore? No, voi non sapete un cazzo…
(Recensione a cura di) Domenico Nigro

martedì 12 gennaio 2010

L'OSPITE MALIGNO - LA STANZA AL DRAGON VOLANT (di Joseph Sheridan Le Fanu, Ed. Gargoyle Books)



L’ospite maligno; La stanza al Dragon Volant di Joseph Sheridan Le Fanu (The evil guest, 1851; The room in the Dragon Volant, 1872)
Traduzione Sandro Melani
Gargoyle, collana Gargoyle Books 26
pagg. 303
euro 16,00
ISBN 978-88-89541-38-8

“Marston camminava da solo a grandi passi nei recessi più selvaggi, bui e solitari del parco, perseguitato dai suoi empi pensieri e, forse, da quegli altri influssi maligni e ultraterreni che vagano, come sappiamo, nelle lande deserte. In quei luoghi appartati fu colto dall’oscurità e dal gelo della notte.” Una graziosa, crepuscolare citazione dal primo racconto di questo libro, “L’ospite maligno”. Benvenuti dunque nel Cheshire, contea dell’Inghilterra settentrionale. Qui si erge una maestosa, aristocratica e tuttavia decadente dimora di campagna, nel bel mezzo di inospitali, inquieti boschi; “A questo luogo antico, malinconico e desolato, per contraddistinguerlo, daremo il nome di Gray Forest.” È la dimora, nonché il ritratto stesso, di un uomo la cui personalità è sulla via di un oscuro e ossessionato declino: il nobile Richard Marston, che vi si ritira, insieme alla moglie e i due figli, dopo aver sperperato il proprio patrimonio per estinguere i debiti di gioco e subito un declassamento in cui pare esserci tutta la ragione della sua malinconica misantropia. Il passato di Marston presenta però diversi altri motivi per aver ragione di nutrire una simile, esagitata predisposizione di spirito, e si ripresentano tutti il giorno in cui il cugino Sir Wynston Berkley si autoinvita a Gray Forest, finendo con il disgregare una quiete domestica, quotidiana, ch’era solo apparente. In questo progressivo sgretolarsi della commedia eretta reprimendo invano i propri demoni – bigamia, adulterio, omicidio - svetterà la figura di Eugénie De Barras, giovane e ambigua istitutrice francese, che potrà ammirarsi ben presto come “l’incarnazione dell’angelo caduto – sola, eretta, con il petto ansante e le guance in fiamme – bella, pensosa, colpevole.”
La stanza al Dragon Volant: “Ci vuole una lunga familiarità con la colpa, per domare completamente la natura e soffocare i segni esteriori dell’inquietudine che sopravvivono a tutto quel che c’è di buono.”
1815. Il giovane e facoltoso Richard Beckett entra in possesso di una grossa somma di titoli e obbligazioni e, profittando della disfatta di Napoleone a Waterloo, raggiunge la capitale francese entrando a far parte della “illuminata congrega di viaggiatori inglesi desiderosi di arricchirsi la mente recandosi all’estero” . Nel caso di Richard, si tratta di un spirito d’avventura che mira a collezionare soddisfazioni nella vita mondana, dove spera d’esser presto lusingato in amore così come nella fortuna nel gioco. E in effetti ha di che innamorarsi subito, ardentemente, durante un soccorso prestato a una carrozza in difficoltà e imbattendosi così nella contessa di St. Alyre. Il gentiluomo inglese si adopererà per conoscere l’identità della donna che gli infiamma le gote, e seguirà poi il consiglio del marchese d’Harmonville di alloggiare alla locanda “Dragon Volant”, trovandosi questa nelle immediate vicinanze della residenza dei conti. L’unica stanza libera alla locanda è però quella nota per essere, in un qualche modo ignoto ed inquietante, responsabile della sparizione di chiunque finisca con il soggiornarvi. Incurante, il giovane Beckett si scoprirà poi invischiato in una congiura che lo designa come vittima di crudeltà tutt’altro che timide…
La Gargoyle Books presenta The Evil Guest (1851) e The Room in the Dragon Volant (1872), e diffonde così un romanzo finora inedito in italia; cosa non da poco, trattandosi nientemeno che di Joseph Sheridan Le Fanu, maestro della Ghost-Story di cui Montague-Rhodes James volle dichiararsi “discepolo”. I due deliziosi romanzi brevi, superbamente narrati, si presentano come riepilogo e talamo di quanto fino ad allora si era giunti a fare nella narrativa gotica, e finiscono per aggiornarla spingendone in fuori con forza i tratti salienti e quegli ingredienti che possiamo dire vincenti, sebbene ci si ritrova a un tempo fra pagine che soffrono un po’ di quella tradizione della Radcliffe lamentata da Lovecraft – “l’abitudine al disincanto, che distrugge l’effetto delle visioni macabre con una spiegazione naturale” - la cui assenza in altri scritti di Le Fanu consentì al discepolo Montague Rhodes James di arguire : “Non è inopportuno lasciare talvolta aperta la scappatoia di una spiegazione naturale, ma, direi, fate in modo che sia tanto stretta da non essere praticabile.” Un libro che non deluderà in nessuna delle sue pagine l’aspettativa di un’esperienza piacevolissima, elegante, intrigante, e che vi catapulterà nel Classico della letteratura costringendovi in una deliziosa nostalgia di quell’arte di allora, così divinamente ispirata.
Joseph Sheridan Le Fanu (1814 -1873) fu romanziere, poeta e giornalista. La sua produzione letteraria è composta da nove romanzi e numerosi racconti; la sua fama è dovuta innanzitutto ai racconti del Soprannaturale divenuti poi classici, quegli stessi che indussero M.R. James ad asserire: “Le Fanu sta assolutamente in prima fila tra gli scrittori di racconti di fantasmi: nessuno riesce ad allestire il palcoscenico meglio di lui; nessuno meglio di lui sa aggiungere il dettaglio efficace.” La sua creazione più famosa è il medico tedesco Martin Hesselius, investigatore dell’incubo ante-litteram. Nel capolavoro “Carmilla”, Hasselius incontra una creatura straordinaria: una vampira, seducente, affascinante e in odore di lesbismo, cosa, per l’epoca, a dir poco scandalosa. Di Le Fanu la Gargoyle Books ha già pubblicato il bellissimo romanzo “Lo Zio Silas”.

(recensione a cura di) Bruno Maiorano

venerdì 8 gennaio 2010

RITORNO A BASSAVILLA (di Danilo Arona, Edizioni XII)



Autore Danilo Arona
Anno 2009
Formato 192 pp, brossura, con risvolti
Collana Eclissi - n. 5
ISBN 978-88-95733-12-8
Prezzo 12,00 €



Quand’anche si fosse riflettuto abbastanza, dopo averlo letto molto attentamente, sulla reale natura di un libro come “Ritorno a Bassavilla”, nel momento in cui ci si accinge a scrivere una adeguata recensione, ci si accorge, con gli occhi pieni di sgomento fissi sul monitor del PC, che le idee non sono affatto chiare, e che qualunque cosa si vada a scrivere, si rischia di mancare miserabilmente il cuore della verità. Anche se di verità assolute (ed è questa l’unica verità certa del libro…), qui non ce n’è.
Intanto, andiamo a sfrondare, procediamo per esclusione. Cosa non è “Ritorno a Bassavilla”? Non è un romanzo. Non è un’antologia di racconti. Ne, tantomeno, un qualsivoglia seguito di quelle “Cronache di Bassavilla” che fondamentale importanza hanno avuto nella carriera di horror writer del Mostro… ooops… Nostro Danilo Arona. Almeno, a istinto, non credo che lo sia, anche se devo ammettere (dolorosissimamente) che io quel testo fondamentale me lo sono perso…
Dunque, tecnicamente, potremmo definire questo libro una sorta di taccuino, un guazzabuglio di idee, di spunti e riflessioni, ritagli di cronaca, schizzi di personaggi, considerazioni, in merito a Bassavilla, la Castle Rock (no, che dico? La Arkham! Anzi no…la Dunwich!) italiana, la Capitale dell’Italia delle Tenebre, l’avatar di tutte le province del mondo, l’anima noir di ogni tessuto urbano non metropolitano (o anche…)
Parte durissimo, questo “Ritorno a Bassavilla”. Parte da dove ci aveva lasciato BAD PRISMA, l’ormai mitica (nel Bene e nel Male…) antologia horror Mondatori (Collana Epix) che ha furoreggiato la scorsa estate. Gettando nuove ombre sul feticcio/spauracchio/Super Fantasma Melissa, presenza immanente nella primissima parte del volume (i frammenti “Scanners, the Beginning”, “La Grande Guerra”, “La casa di sabbia e nebbia”, “La guerra è finita”). Poi questo sulfureo ectoplasma sembra abbandonare la scena, nebbiosamente, così come si è manifestato (e non a caso il frammento successivo si intitola “Fog”…), per lasciare spazio alle folli divagazioni dell’Autore (consiglio: leggete questo libro ascoltando “Diary of a Madman” di Ozzy Osbourne, me ne renderete merito!)
Divagazioni, quindi. Su idee che attraversano più menti nello stesso istante (“Produttori di gelato in Siberia”); sulla poetica sinistra delle città basse, di Pianura (“La pianura fa paura”); sul ritualismo omicida come parte integrante del patrimonio genetico umano (“Vestiti per uccidere”); su spettacolari e pittoresche morbosità (“Io sono leggenda”); su artisti che hanno saputo guardare e conoscere Bassavilla attraverso i suoi Veri Colori (“Mad”); su presunte apparizioni demoniache e reali seti mediatiche (“Il Diavolo probabilmente”) e via così, a ruota libera, snocciolando inquietudini su inquietudini per centottantasette pagine. Non sempre in crescendo, per la verità. Nella parte centrale del testo, l’Autore fa lentamente cadere la tensione narrativa, quasi lasciando intendere che ha esaurito gli argomenti, o giù di li (vedi i frammenti “ Il Maratoneta”, “Hell House”, “Boogeyman”, “Hanno sete”, “Grano rosso sangue”, “Hangman’s Curse”, “Notte prima degli esami” e altri, pieni di citazioni e molto introspettivi). Ma proprio quando si comincia a pensare che le pietanze più pregiate sono già state degustate e digerite da un po’, il Mostro …ooops… Nostro Danilo Arona rialza bruscamente la testa e ci azzanna con un’altra sventagliata di tenebrosissimi quanto angoscianti brani di scrittura: terrificanti teorie sulle analogie tra gemelli (“Inseparabili”); pre-adolescenti, poltergeist e forza delle immagini (“Kronos”); fantasmi fin troppo innamorati dei luoghi in cui hanno vissuto (“A volte ritornano”). Ma soprattutto…il brano che a me è piaciuto più di tutti, forse (anzi quasi sicuramente) il cuore pulsante dell’opera, e un’inconscia dichiarazione da parte dell’Autore sulla sua reale mission: Arona Seminatore di Inquietudini. “Invasion” (è questo il frammento di cui parlo) è una riflessione sulle forme-pensiero negative e sull’inquinamento psichico/astrale del nostro pianeta, molto più grave dell’inquinamento ecologico in quanto questo ne sarebbe una diretta conseguenza. Non dico nulla con queste parole, bisogna leggere il testo per capire la reale entità del pensiero di Arona.
Seminatore di inquietudini, quindi, ma anche e soprattutto stimolatore di blandi anticorpi psichici contro il Male: anticorpi, cioè, che non servono a combattere il Male, ma solo a far prendere coscienza del Male e a rafforzare il Male stesso…
Concludo con un’immagine che mi è venuta in mente or ora, dedicata a chi ha avuto la fortuna (o la malasorte…) di conoscere Danilo Arona di persona: ricordate il famoso racconto di H. P. Lovecraft intitolato “Nyarlathotep”? Bene, provate a sostituire l’oscura sala che il Grande Antico, definito Il Caos Strisciante, utilizzava per tenere le sue conferenze con un locale tipo il Sud Dinner Bar di Milano, e provate a dare allo stesso Nyarlathotep le sembianze di Arona. Il racconto di Lovecraft prenderà letteralmente vita e forma nelle vostre povere, devastate menti…

(recensione a cura di) Domenico Nigro